
Buongiorno amici gialloblù e buon sabato. Il clima è rovente, l’aria è irrespirabile quindi mettetevi sotto la tettoia del vostro chiosco preferito al mare, ordinate una bibita ghiacciata e nel frattempo godetevi questo articolo amarcord.
Oggi vi parliamo di una clamorosa falla negli archivi della nostra squadra, archivi che come sapete raccolgono tutto il sapere gialloblù dai tempi della fondazione a oggi. Abbiamo registrato e annotato il 99% delle informazioni riguardanti ogni singola partita ma un dato ci è sfuggito.
Si tratta del nome e del cognome di un singolo giocatore che ha vestito la maglia dell’Olympic e che ormai, nonostante qualche infruttuosa ricerca, è irrimediabilmente perso nelle pieghe del tempo.
Ecco la sua storia: mercoledì 1 novembre 1995 l’Olympic riceve un invito per giocare un’amichevole in trasferta. La squadra si trasferisce all’Infernetto per affrontare il Real Scientifico, formazione composta da amici del difensore gialloblù Antonio Faccilongo che all’epoca per l’appunto frequentava il liceo. Chiaramente il nome della squadra avversaria non era ufficiale ma quando le formazioni aversarie non dichiaravano di avere nome era la stessa Olympic ad inventare un nominativo per poter arricchire gli archivi.
Si gioca su dei campi abbandonati che credo sorgessero dove oggi c’è Il centro sportivo Babel. Non c’era illuminazione nè spogliatoi nè tantomeno guardiani quindi si poteva giocare semplicemente ad oltranza. Il calcio d’inizio è alle 16, il terreno di gioco è un po’ umido per la pioggia caduta in mattinata e l’Olympic (allora ancora chiamata Pinetina IF.C.) schiera Alessandro Santolamazza, Antonio Faccilongo, Fabrizio Perrone, Fabio Tagliaferri, Stefano Tagliaferri. E’ la formazione storica per eccellenza e il portiere è un ruolo ancora vacante e volante.
Prima dell’incontro gli avversari parlano con il loro amico e nostro compagno Antonio Faccilongo e stringono un patto: tra di loro c’è un ragazzo che è la mascotte della comitiva e che non sa giocare a pallone, un tipo un po’ particolare che loro soprannominavano “Il Bonzo”. Il riferimento ai monaci buddhisti non è chiaro ma l’accordo è il seguente: il ragazzo deve giocare ma la sua scarsa qualità sposterebbe l’esito della partita troppo a favore dell’Olympic quindi, se si vuole giocare, Bonzo deve giocare almeno il quarto d’ora finale della sfida amichevole nelle file dell’Olympic.
E’ un’amichevole quindi la nostra squadra accetta. Finalmente si gioca: l’Olympic gioca meglio ma il risultato è sempre in bilico. Capitan Fabio Tagliaferri cerca di migliorare la qualità del gioco ma c’è molta confusione e l’Olympic vive dei palloni recuperati da Santolamazza e di qualche lampo individuale.
A quindici minuti dalla fine arriva il momento di tenere fede all’accordo: “Bonzo” entra nell’Olympic e pur schierando il classico uomo di meno la nostra squadra resiste per quindici minuti e vince la gara con il punteggio di 13 a 12. All’peoca c’era un po’ di reticenza a far giocare giocatori non provenienti dalla zona di origine della squadra e forse è per questa ragione che non vennero chieste le generalità a “Bonzo”. Soprattutto nei primi anni di storia il fatto di dover schierare per qualche minuto un giocatore esterno non era cosa inusuale ma in quell’unica occasione non vennero chiesti nome e cognome al giocatore che ad oggi rimane l’unico elemento ad aver giocato nell’Olympic di cui non c’è nessuna traccia negli archivi.
Probabilmente questa falla non verrà mai sanata e forse è anche giusto così perchè rimane davvero l’eccezione che conferma la regola di quasi perfezione di questi archivi storici.








