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Soprannomi: che storie!

Buongiorno amici gialloblù e buon inizio di settimana. Oggi vogliamo distrarci dalla normale attesa della partita di campionato ed esplorare uno di quegli aspetti popolari che circondano il mondo del calcio ovvero i soprannomi e i nomignoli che da sempre vengono dati ai calciatori.

Nella storia del nostro sport i soprannomi dei calciatori hanno sempre ricoperto una parte importante per i tifosi e anche per i giocatori stessi che spesso convivono con un nomignolo fin da piccoli. In altri casi il soprannome gli viene dato dopo un evento particolare per il quale verranno ricordati e quasi mai si tratta di soprannomi negativi, anzi l’accezione è quasi sempre affettuosa.

Il mondo Olympic non fa eccezione a questa regola e alcuni giocatori possono vantare addirittura più di un soprannome relativo alla loro carriera in gialloblu. Partiamo da Fabrizio Perrone che all’inizio della carriera, per la sua velocità sulla fascia, venne soprannominato Kawasaki da alcuni avversari. Poi divenne un portiere e per tutti divenne Elmicio salvo poi diventare Il Capitano, nomignolo con il quale viene chiamato anche sul posto di lavoro. Non nell’ambito Olympic ma Capitano è anche il soprannome di Roberto Manoni, soprannome guadagnato nelle file dell’Irreal e poi rimasto a prescindere dalla squadra in cui gioca.

Passiamo ad Alessandro Rencricca, per tutti il Libero di Centocelle e solo recentemente Rencro. Si perché un nomignolo può essere anche semplicemente una storpiatura del cognome e infatti condividono questa “sorte” anche Formiconi (Formi) e Filiberto Tarallo (semplicemente Fili). Viene invece accresciuto il cognome di Fabio Tagliaferri che diventa Tagliaferrissimo in memoria di un titolo della Gazzetta ma l’ex fantasista gialloblu può vantare altri nickname quali Matrix o Ironcut.

Abbiamo poi i giocatori che devono il loro soprannome alle iniziali e al numero di maglia come Gianluca Bisogno (GB7) o Simone Montaldi (SM7). Non dimentichiamo però che quest’ultimo, ai tempi del suo ritorno dal leggendario viaggio in Asia, divenne anche Chotiwala (che significa? Non lo ricordiamo).

Abbiamo poi la folta pattuglia di giocatori che hanno soprannomi che hanno vibrazioni esotiche sudamericane come Emanuele Gennari che diventò Gennarginho oppure Alessandro Guarino (uomo dal vero spirito brasiliano) divenne Guarenji. Anche Davide Baldi in un certo periodo fu soprannominato Baldinho ma salì agli onori della cronaca principalmente Il Giovane o Il Talentino. Un altro esempio di nome sudamericaneggiante è l’arcinoto nomignolo dato a Domenico Caserta: chi potrà mai dimenticare El Mimmo Maravilla?!?

Scaviamo ancora più nel passato e troviamo Fabio Formica, famoso semplicemente come Bomber o Andrea Fantini che veniva chiamato Bro oppure in modo più folkloristico Gambe Tonanti. Vi ricordate poi di Stefano Tagliaferri? L’ex numero 5 gialloblu, famoso come Stix, veniva anche soprannominato Babangida o Culo da n***a con buona pace del politicamente corretto, concetto pressoché inesistente all’inizio di questo secolo. Sempre nel passato ricordiamo Dario Calabrò, pittorescamente chiamato El de Può(n)ta oppure il buon Marco Atzeni, per tutti Er cesoia.

C’è anche chi si è portato il nomignolo da casa come Emiliano Belli, chiamato affettuosamente Morru oppure Luca Li Causi che a forza di esclamarlo continuamente in campo divenne per tutti Push!! o Emanuele Maiozzi che divenne semplicemente Maio al contrario di Francesco Tani che, all’apice della fantasia popolare divenne per tutti Il Maghetto dei Parioli.

E come dimenticare Andrea Carissimi, per tutti Il principe, oppure Juan Esteban Brusco, semplicemente Juanito così come Giordano Attili non può essere altro che Jordi. E Alessandro Santolamazza? Sfido chiunque a dimenticare il soprannome Sir Alex!

Chiudiamo inevitabilmente con alcuni avversari diventati mitici e il cui soprannome sopravvive nella memoria rispetto ai cognomi, in alcuni casi dimenticati. Li passiamo velocemente in rassegna, a voi ricordare a chi ci riferiamo: Er Bandana (O Mutanda), Bombardone, Spillo, Ventresca, Er Ciccio e il più recente Haaland de noantri.

Per oggi è tutto. Ricordiamo che se volete leggere articoli del passato che parlano di Amarcord basta andare nella versione desktop del sito e in cima a questo articolo cliccare sull’argomento che è proprio AMARCORD (voce dialettica romagnola che significa nostalgia di ricordi). In questo modo il sito filtrerà automaticamente tutti gli articoli che raccontano fatti, aneddoti e curiosità degli ultimi trentasei anni di storia gialloblu.

Per oggi è tutto ma da domani si tornerà a parlare della prossima sfida che si giocherà dopodomani, mercoledì 12 novembre, alle ore 21.

La nostalgia del ritorno

In fondo è vero, i ritorni nel calcio rilasciano sempre quel friccico di romanticismo. Ci sono ritorni che lasciano il segno, altri sono destinati solo a restare quel bel sogno del calciatore che era e che non tornerà mai, altri invece vedono un susseguirsi di incroci, di andirivieni che a volte si fa fatica a comprendere. Perdersi per poi riprendersi non è dividersi cantavano i Negroamaro, o un TI LASCIO PERCHE’ TI AMO TROPPO come in una simpatica commedia; spiegare e/o raccontare un parziale addio, o meglio, un arrivederci, non è mai una banalità. Lasciarsi è un atto di egoismo, tale da prevedere un cambiamento, tale da portare esperienza in un rapporto, calcistico in questo caso, che fa bene ad entrambi le parti.

L’Olympic, che di storie romantiche ne ha raccontate in tutti questi anni nei suoi almanacchi storici, ha in fatto di ritorni qualcosa di magico. Un cordone ombelicale per alcune persone tale da non tagliarsi mai. Se potessimo premere su REWIND allora ci verrebbero in mente tante anime calcistiche che hanno vestito la maglia gialloblu, gente che va, che gente che viene come in una stazione di Bombay: chi entra dalla Sleeper Class, e chi ne esce da una squallida Terza Classe e chi rientra dal portone principale della First, pronto a sudare, a ricrederci e rimettersi alla prova con la maglia gialloblu, anticamente stropicciata ma che non passa mai di moda. Gente che, anche se non gioca, resta ed è presente ad una festa, o ad una semplice amichevole fraterna. Gente che in realtà non se ne è mai andata.

Allora ripercorriamo i grandi ritorni dell’Olympic con alcuni giocatori simbolo. I più noti, i più acclamati e gli arrivederci più tumultuosi:

Alessandro Rencricca, recordman di gol, si è allontanato dall’Olympic dopo la famosa “Reggenza Ruggeri”. Peggio dell’arrivo dei comunisti, peggio del trasferimento di Manfredonia alla Roma. Un’onta per il libero di Centocelle che, una volta aver visto Perrone allontanarsi dall’incarico di Presidente, il suo affiatamento per la casacca gialloblu è venuto meno, tanto da cercare appiglio nelle vesti viola degli ex acerrimi nemici del Moviola. Ma le storie non hanno sempre un lieto fine, anzi, a volte neppure sbocciano. L’avventura dura a malapena due stagioni (2019-20 e 2020-21). Alessandro in punta di piedi decide di ritornare dopo una breve pausa, seppur con meno enfasi, ma con una Sans Souci da far invidia.

Tra il dire il fare c’è di mezzo il mare, o forse qualche oceano o continente. E’ il caso di Simone Montaldi e la sua maglia numero 7. Dal 2015-16 al 2022-23, Simone decide che il calcio non è più affar suo. Un Globetrotter selvaggio che torna, seduce ed abbandona. Qualche sporadica presenza e via per altre corse ed avventure lavorative. Da un anno Simone è tornato alla base e sembra più voglioso come mai accaduto, pronto a scrivere capitoli importanti per la storia gialloblu. Durerà?

Filiberto Evergreen Tarallo è il fico d’India che non si secca mai. Da giugno 2011 a settembre 2021 Filiberto l’Olympic non la vede neppure con il telescopio. Vince e stravince con la Svezia nei campi di tutta Roma Sud e chissà in quali altri centri sportivi. Torna come un simbolo di saggezza negli spogliatoi, torna a deliziare platee giovanili che, se all’epoca fosse esistito Tik Tok, ora i “ragazzini” gli porterebbero rispetto nel vedere le sue vecchie giocate.

Andrea Fantini ha scritto pagine importanti. Ormai il suo è addio è un lontano ricordo, ma all’epoca gli arrivederci fioccavano. Presenza costante dal 1999-00 al 2002-03, con una parentesi buia causata dalla distanza abitativa per due stagioni, per poi riprendersi l’Olympic sulle sue enormi spalle. Un baluardo d’attacco, un Mazinga d’altri tempi che con il suo definitivo trasferimento a Bologna ha lasciato un vuoto.

Ad Alessandro Pizzoni va l’allontanamento più longevo, un po’ come Ulisse lontano dalla sua Itaca. Dal 2003-04 al 2022-23 l’esterno gialloblu non ha pensato neanche lontanamente di vestire i colori gialloblu. Un ritorno inaspettato, ben visto per il carisma e la voglia che ha sempre messo in campo, anche da avversario.

Ci sono poi degli addii che hanno il sapore della vendetta. Un po’ come i fratelli Dassler che una volta separatosi fondarono uno l’Adidas e l’altro Puma. Gianluca Bisogno e Francesco Tani, dal 2011-12 al 2014-15 una volta separatosi scelsero di vestire altre maglie: le loro. Scarsenal prima, Rayo Vallecanaro poi, entrambe senza un concreto successo per poi accasarsi alla conosciuta Autoricambi Bernocchi. Entrambi tornarono per una stagione, ma tra acciacchi ed impegni il loro apporto alla squadra è stato l’equivalente di una minestra riscaldata andata a male.

Fabio Formica e Fabrizio Formiconi dal 2001 al 2004 giocano fior fior di partite con l’Olympic per poi separarsi fino al 2011-12. La loro amicizia li ha portati a giocare sempre insieme, a scegliersi prima come individui, poi come componenti di una squadra. Seppur per il primo sembrano ormai perse le tracce, per Fabrizio la sua presenza è più che mai continua, non solo in campo ma anche nei social network e nelle chat. Un punto di riferimento che nonostante sia stato martoriato dagli infortuni, è stato sempre disponibile.

✒️ Simone Montaldi

La “festa” scudetto del 2001

Oggi per la rubrica dell’amarcord vi raccontiamo di una bella serata trascorsa dalla nostra squadra ormai quasi ventitré anni fa. Era la primavera del 2001, più o meno in questo periodo, e l’Olympic aveva appena vinto il Campionato della Pace 2000/2001. L’anno prima i gialloblù avevano vinto il campionato disputando la finale nel giorno dello scudetto della Lazio, poco dopo che era terminata la storica partita di Perugia, quella del diluvio, e che era iniziata la festa a Roma. Un anno dopo, l’Olympic vinse ancora quel campionato inter parrocchiale (la nostra era l’unica formazione che non proveniente da un oratorio) e la finale si giocò il 13 maggio, trenta quattro giorni prima dello scudetto della Roma e che la capitale si tuffasse in folli festeggiamenti. Il 13 maggio, come detto, l’Olympic vinse la finale del campionato contro la Svezia di Tarallo e Frabetti e fu una vittoria davvero memorabile che meritava di essere festeggiata a dovere.

All’epoca lo spogliatoio non era così unito come oggi e il festeggiamento di cui parliamo riguardò solo una parte della squadra, quella del gruppo storico, formata da Fabrizio Perrone, Alessandro Santolamazza, Fabio e Stefano Tagliaferri. Per festeggiare la vittoria si decise di fare una cosa che raramente si faceva ovvero una bella passeggiata nel centro storico di Roma con annessa pizzata. La serata era di quelle tipiche di metà maggio di una ventina di anni fa, quasi estiva, con la luce già fino a tardi e una temperatura da maniche corte. Sulla Uno Fire bianca (tappezzeria blu elettrico e led blu) suonavano le note della hit del momento, “Tre parole” di Valeria Rossi, parcheggio facile facile in zona Circo Massimo e passeggiata che cominciava alle 19 circa.

Il gruppetto gialloblu si diresse nelle classiche vie del centro: Via del Corso, il Pantheon, fino ad arrivare a Via dei Pastini dove una pizzeria attrasse i nostri ragazzi. Ora, non è che fosse proprio una cosa di tutti i giorni andare a mangiare fuori, figuriamoci in un ristorante del centro, quindi erano piuttosto impacciati e timorosi di rimanere senza un soldo nel portafoglio. Non c’era ancora l’euro ma il timore di un conto devastante era forte visto che Perrone e Company ancora non erano entrati a pieno ritmo nel mondo del lavoro quindi si procedette a delle ordinazioni caute e scaglionate: prima un supplì, poi la margherita d’ordinanza e quando si era certi di non andare oltre le 10.000 lire a testa si ordinò un altro supplì, con lo sghignazzante cameriere che osservava la buffa scena.

Il clou arrivò al momento di chiedere il conto, con l’imbarazzo di sì chi non è abituato a farlo, e ne scaturì una scena degna di Johnny Stecchino, quando Benigni fece il gesto del conto e invece intendeva che voleva una biro. La scena fu anche immortalata dalla macchinetta di Perrone, un residuato bellico di qualche anno prima, regalo per la comunione dello stesso futuro capitano dell’Olympic.

Dopo la “lauta” cena il gruppetto si diresse verso Piazza del Popolo e la Terrazza del Pincio per una passeggiata che sfiorò i 15 chilometri e di cui resistono alcune sfocate e sbiadite foto scattate ora dagli stessi ragazzi ora dai turisti in giro per la capitale sulla quale aleggiava un’atmosfera da “Ultimo bacio”, film di Gabriele Muccino uscito proprio quell’anno.

Al rientro in tarda nottata l’autoradio della Uno bianca suonava “Me gustas tu” e “Xdono”, hit destinate a spopolare nell’imminente Festivalbar condotto dal trio Gabriele Bossari, Natasha Stefanenko, Alessia Marcuzzi, davvero tanta roba, all’epoca come oggi del resto.

Della serata rimangono sei foto di cui una scattata a Fabrizio Perrone di fronte al Pantheon mentre ostenta orgoglioso i colori gialloblù tramite una bandiera della Svezia comprata ad un negozietto (ancora non gestito da commercianti asiatici) del centro ed è ironico pensare a questa scelta visto che la finale del campionato fu vinta proprio contro la Svezia di Filiberto Tarallo che di li a pochi mesi sarebbe stato reintegrato nell’Olympic dopo la tragedia del compianto Claudio Inguí.

La serata finì come tante di quelle estati, serena e senza pensieri. Di lì a poco Roma sarebbe stata colorata di giallo e di rosso e ci sarebbero state grigliate da Testaccio a Ostia per almeno tre mesi. Nemmeno quattro mesi dopo saremmo stati sconvolti dal fatto delle Torri Gemelle e il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Ma intanto cantavamo Fuoco nel fuoco e ridevamo alle battute di quella che sarebbe stata l’ultima edizione di Mai dire gol.

La perfetta estate del 1998

Ognuno di noi è legato ad un periodo specifico della propria vita, ad un pezzetto della propria esistenza che riporta a galla belle sensazioni e ricordi dolci di un tempo passato. L’articolo a tema amarcord di questo sabato non parla specificatamente di un episodio del passato dell’Olympic ma della mia vita.

Il periodo che potrei definire semplicemente perfetto è l’estate del 1998. Avevo 19 anni e avevo appena terminato il quarto superiore. Ricordo che fu un’estate calda e soleggiata, piena di giornate perfette come lo possono essere solo le giornate del passato sulle quali non sembra mai passare una nuvola.

Io e i miei amici venivamo da un lungo inverno passato a giocare a “FIFA, Road to World Cup 98” sul PC di casa. Avevamo giocato innumerevoli volte le qualificazioni alla Coppa del Mondo che si sarebbe dovuta giocare quell’estate in Francia e ci divertivamo davvero: io e Stefano Tagliaferri in coppia con le maglia dell’Italia sbizzarrendoci a convocare i bomber di provincia mentre Fabio Tagliaferri in solitaria provava a fare vincere la Coppa a formazioni esotiche come San Kitts & Nevis o il Bangladesh. Bastava accendere il PC e dopo qualche istante partiva a tutto volume Song2 dei Blur che aumentava l’esaltazione a dismisura.

L’Olympic aveva affrontato un torneo con una formazione ibrida, composta dai giocatori che l’avevano fondata e completata da tanti nuovi acquisti che avevano reso possibile la partecipazione al torneo. Fu un torneo di litigate, di tensioni tra i due gruppi e di un’eliminazione bruciante di cui non serbiamo ricordi positivi proprio perché fu affrontata con una squadra senza cuore e senza anima.

Poi cominciò l’estate e con essa la Coppa del Mondo in Francia. l’Italia superò abbastanza agevolmente il girone pareggiando contro lo spauracchio Cile di Zamorano e Salas e poi vincendo contro Cameroon e Austria. Il dualismo tra Del Piero e Baggio era divertente anche perché erano tutti e due così forti che andava sempre bene anche se quello era il periodo post infortunio di Pinturicchio e il Divino Codino meritava di giocare titolare.

All’interno di un’estate perfetta (la scuola era finita abbastanza bene, ancora non si lavorava e ci aspettavano tre mesi di avventure) arrivò una giornata ancora più perfetta. Era il 26 giugno e io con i miei due amici Fabio e Stefano Tagliaferri decidiamo di fare una gita a Firenze. Partimmo di buon’ora dalla stazione Termini, probabilmente con un Intercity o ancor più probabilmente con un Espresso perché le Frecce ancora non esistevano e viaggiare con i treni non velocissimi era ancora un modo divertente e popolare per viaggiare.

Posti pieni? Si stava tranquillamente a chiacchierare nei corridoi e con un po’ di fortuna ci si poteva accomodare sugli strapuntini ribaltabili. In ogni modo c’era sempre quell’atmosfera da road movie all’italiana che ti faceva sentire un personaggio di Salvatores e non importa se eri a Marrakech, a Puerto Escondido o Santa Maria Novella, il succo non cambiava.

Arrivati a Firenze ci aggiriamo per le vie della città seguendo il classico giro del centro. Mangiamo nei dintorni di Ponte Vecchio dopodiché andiamo a fare un’occhiata ai Giardini di Boboli, splendidamente deserti come lo zoo di Verdone a Ferragosto. La vista di Firenze è spettacolare, la voglia di viaggio è appagata e si può pensare a tornare indietro.

Ritornando verso la stazione ricordo che passiamo sotto a dei portici, c’è un bar e un televisore acceso dal quale partono le note degli inni nazionali della partita che sta iniziando. Gruppo H del mondiale, c’è l’imperdibile Giamaica – Giappone, gara conclusiva del girone, totalmente ininfluente perché entrambe le formazioni sono già eliminate. La nostra passione per il Sol Levante e per Holly e Benji ci porta a tifare per il vituperato Giappone ma non c’è niente da fare: vince 3 a 1 la Giamaica e noi possiamo riprendere il primo treno per Roma.

Come ogni volta che torniamo da una gita c’è da “sopportare” la sosta di una ventina di minuti alla stazione di Chiusi. Ma pazienza, domani non c’è scuola, magari solo una giornata di mare alle Dune e ci si può godere il ritorno sulla Uno Fire di Fabio ascoltando magari Vento d’estate che stava raccogliendo un discreto successo al Festivalbar oppure Truly Madly Deeply.

Quell’estate proseguì con il gol di Vieri alla Norvegia, con l’esultanza a braccia conserte tra il bomber australiano e Del Piero poi celebrato nel film Così è la vita di Aldo, Giovanni e Giacomo. L’avventura azzurra finì con la faccia sconsolata di Baggio che indicava con le dita di quanto fosse uscito il suo tiro rispetto alla porta difesa dall’odiato Barthez.

L’eliminazione al mondiale fu una grande delusione ma fu comunque un’estate bellissima e lunghissima di cui ricordo le foto color seppia all’abbazia di Tuscania, le serate al mare fino al tramonto e le partite a carte con la mia migliore amica Valentina, conosciuta a luglio e diventata mia moglie diciannove anni dopo.

Per noi ragazzi fu un estate irripetibile, un’estate che auguro di trascorrere a mio figlio anche se ora ci sono i social, le frecce rosse, i navigatori e i cellulari. Vivrà la sua estate a modo suo, con sensazioni diverse eppure uguali e sarà comunque bellissimo.

1989-1995: la storia di come è nato il calcio gialloblù

La prima storica foto di squadra della storia dell’Olympic. In piedi da sinistra: Alessandro Santolamazza, Fabio Tagliaferri, Stefano Tagliaferri. Accosciati da sinistra: Emanuele Carnevale, Fabrizio Perrone, Luca Puato Genovese Baluy, Dario Calabrò.

Sappiamo tutti che la data di nascita dell’Olympic è fissata per il 31 agosto 1989 ma sappiamo anche l’archivio storico della nostra squadra parte dall’aprile del 1995. Cosa è successo in quei quasi sei anni di storia? A volte vi abbiamo raccontati di piccoli scampoli di quell’era primordiale ma più passano gli anni e più la memoria ci tradisce quindi oggi vogliamo mettere per iscritto tutto ciò di cui ci ricordiamo di quelle stagioni.

Nei primi mesi del 1989 il condominio di Via Roberto Crippa 60 viene consegnato ai proprietari. Si trattava di un comprensorio composto da due palazzine per un totale di otto scale e 64 appartamenti. In mezzo, un bel parco condominiale con albero e erba e due grandi gazebi con panche e un tavolo. Fabrizio Perrone ci arriva verso agosto e trova un gruppetto di ragazzi già formato composto dai “grandi” Alessandro Santolamazza, Fabio e Stefano Tagliaferri, il primo di 12 anni, gli altri due fratelli rispettivamente di 12 e 10 anni. Oltre a loro ci sono i “piccoli” ovvero Emanuele Carnevale di 7 anni e Flavio Bramucci di 6.

E’ un’estate calda, bella e lunghissima come solo quelle estati potevano essere e si gioca tantissimo. Le ore del riposo sono dedicate alle carte sotto l’ombra del gazebo mentre le mattine e le serate sono dedicate al calcio. Si gioca sull’asfalto del condominio e il campo è del tutto particolare: le porte che si usano sono delle strutture a ferro a cavallo nella parte frontale delle scale del condominio e sono poste a 90 grandi rispetto al campo quindi il campo è in verticale ma poi bisogna girarsi alla propria destra o alla propria sinistra per calciare. Questa particolarità non pone difficoltà alla pratica del calcio e si giocano partite lunghissime (“il primo che arriva a 10 gol vince”) oppure, per variare, si gioca “alla tedesca”, giochino davvero in voga all’epoca di cui non reputo necessario dare spiegazioni.

Fabrizio Perrone vivrà la stagione invernale lontana da Acilia per terminare la quinta elementare e si stabilirà definitivamente alla Pinetina (nome prescelto per il condominio) l’estate successiva. E’ l’estate del mondiale italiano del 1990 che sarà fondamentale per dare ulteriore spinta al calcio della Pinetina. Di sera tutti gli abitanti si recano al parco per vedere insieme le partite (c’è un piccolo televisore collegato al gruppo elettrogeno che dà energia ai palazzi perchè ancora non c’è l’energia elettrica autonoma) mentre di giorno si emulano le imprese di Baggio, Schillaci e Giannini su quel campetto così particolare.

Con Perrone che diventa un abitante della Pinetina a tempo pieno si comincia a giocare tantissimo e si creano subito due formazioni davvero sbilanciate sul piano tecnico: da una parte i grandi Santolamazza, Fabio e Stefano Tagliaferri, dall’altra i “piccoli” Perrone, Carnevale e Bramucci. Le partite sono innumerevoli, a qualsiasi ora del pomeriggio per tutto l’autunno, l’inverno e la primavera successiva e si arriva velocemente all’estate del 1991.

Queste partite squilibratissime vanno avanti e le due squadre adottano anche dei nomi: i grandi prendono il nome di Lions mentre i piccoli diventano gli Originals. I Lions vincono ogni singola partita giocata in quel periodo mentre gli Originals si accontentano di fare qualche gol o di tenere in bilico qualche partita magari terminata 10 a 7 e non 10 a 0. In questo periodo Fabio Tagliaferri ebbe l’idea di scrivere delle pagelle sui giocatori e di affiggerle nel proprio garage e ci ricordiamo come l’attesa di questi voti generasse davvero molta attesa. Ma la cosa più importante è che questa idea delle pagelle ispirò poi in futuro Fabrizio Perrone per la creazione degli articolo che oggi fanno parte dell’archivio dell’Olympic.

Tra il 1991 e il 1992 si potrebbero essere giocate tranquillamente una partita al giorno ma qualche volta anche due o tre perché all’epoca il calcio non stancava mai. E’ rimasta memorabile una partita giocata durante una festa di compleanno di Alessandro Santolamazza a cui preso parte tutti gli invitati per la quale si rese necessario allungare il campo da due a quattro scale. Stiamo parlando di un campo di circa 200 metri di lunghezza per un incontro giocato da circa venti bambini fino alla sfinimento delle proprie forze.

C’era però un ostacolo: i bambini disturbavano e i condomini si lamentavano perchè c’erano continui schiamazzi e magari qualche volta (spesso!) la palla poteva finire all’interno dei balconi del primo piano e c’era qualcuno che vi si arrampicava dentro per riprenderlo urtando il senso di privacy di quei signori. Fortunatamente la soluzione fu trovata dagli stessi genitori che affittarono un bulldozer per spianare un campo alle spalle del condominio che divenne il nuovo bellissimo campo da calcio della Pinetina. L’estate del 1992 passò su quel campo ma la manna durò poco perchè poi aprì il cantiere per un asilo nido e il campo divenne una discarica di materiali da costruzione. Tutto questo avvenne non prima che la squadra della Pinetina venne sfidata dai bambini degli altri condomini per giocarci una sfida. In quell’occasione le mini formazioni Lions e Originals si unirono per affrontare lil condominio sfidante. Non ci ricordiamo come terminò l’incontro ma ci ricordiamo benissimo che l’esperienza solleticò i ragazzi sul fatto di formare una squadra unica e sfidare così altre formazioni del quartiere.

Rimaneva però il problema del campo e la soluzione arrivò tra il 1992 e il 1993 quando i nostri ragazzi si misero a giocare su un rettangolo d’asfalto dietro il condominio, un tratto di strada chiusa frutto della cattiva progettazione del piano regolatore di Acilia Sud. Qui la pratica del calcio non poteva venire disturbata se non da qualche sporadica automobile intenta a fare manovra. Questo campetto divenne il teatro di tantissime sfide tra le due squadre della Pinetina e anche di qualche partita accesissima contro le formazioni provenienti da altri condomini.Nell’estate del 1993 si decise anche di acquistare delle divise ma non disponendo di tanti fondi la scelta ricadde su delle t-shirt Fruit of the Loom comprate al supermercato. Non ricordiamo perchè ma si decise di schegliere il colore verde sneraldo come primo colore ufficiale della Pinetina. Con queste maglie i nostri ragazzi effettuarono solo un allenamento di cui abbiamo anche alcune terribili e imbarazzanti immagini.

Siamo arrivati al periodo tra il 1993 e il 1994: ormai la voglia di calcio “vero” nella Pinetina era diventata insostenibile e si decise di provare a giocare su autentici campetti in erba sintetica che all’epoca fioccavano in ogni circolo sportivo. Ricordiamo di una domenica mattina in cui i ragazzi sfidarono i propri genitori sul campo del Centro Sportivo Ai Pini (in via Canale della Lingua all’Infernetto) o di una sfida autunnale a calciotto (sempre tra ragazzi e genitori) giocatasi sul campo dell’Helios (in via Ostiense). Purtroppo di queste gare ricordiamo pochissimo perchè nella prima non ero direttamente presente mentre della seconda abbiamo solo qualche vago flash o aneddoto.

Siamo arrivati ai primi mesi del 1995 quando la nostra squadra unificata fu invitata a giocare dal condominio rivale di Via Bepi Romagnoni sul campo della parrocchia San Carlo da Sezze. Ricordiamo che le partite su quel campo furono un paio ma di questi incontri non abbiamo testimonianze scritte. In quel periodo però Fabrizio Perrone acquistò una copia dell’Almanacco del calcio Panini 1996, quello con Gianfranco Zola in copertina. Sfogliando questa meraviglia cartacea il futuro capitano gialloblù avrà l’idea di cominciare a riportare i dettagli statistici di ogni partita dando vita al gigantesco archivio storico di cui disponiamo oggi.

Nell’aprile del 1995 si comincerà a scrivere di ogni singola partita, prima su carta ma ben presto anche utilizzando il PC. Il resto è storia nota! Questa è la storia primordiale della nostra squadra da cui al momento rimangono fuori gli aneddoti più divertenti e dei quali presto vi racconteremo.

Vogliamo lasciarvi con una lista di giocatori che hanno fatto parte di questo periodo coì antico del nostro calcio. In alcuni casi i nomi non sono presenti nell’archivio gialloblù perchè non hanno mai giocato alcun incontro dopo la creazione dell’archivio ma solo nella fase “preistorica” della nostra squadra. Eccoli nel dettaglio:

  • Roberto Bentivoglio
  • Flavio Bramucci
  • Dario Calabrò
  • Emanuele Carnevale
  • Antonio Faccilongo
  • Gianluca Grifò
  • Ivano Marotta
  • Fabrizio Perrone
  • Giampaolo Piunno
  • Luca Puato Genovese Baluy
  • Alessandro Santolamazza
  • Andrea Santolamazza
  • Marco Santolamazza
  • Fabio Tagliaferri
  • Stefano Tagliaferri
  • Antony Vitolo
  • Marco Zocchi

Curiosità sugli Olympic Awards – 4. Due Pigne contestate

Oggi chiudiamo questo mini ciclo di ricordi e curiosità sugli Olympic Awards con un racconto sulla Pigna d’Oro.

Come sapete, inizialmente la Pigna d’Oro veniva assegnata da un gruppo di tre “saggi” che eleggevano il miglior giocatore della stagione. Successivamente si passò a calcolare la media voto delle pagelle ma questo sistema, pur essendo più democratico, portava alcuni problemi.

Le pigne più contestate a causa di problemi regolamentari furono quelle del 2012 e del 2014. Nella stagione 2011/2012 Fabrizio Formiconi era in testa alla classifica della media voto (che era tenuta segreta) quando si giunse ai quarti di finale di Champions League. Formiconi scese in campo mentre Alessandro Rencricca, che era secondo in classifica, non era disponibile. In quella serata l’Olympic venne sonoramente sconfitta per 10 a 1 e Formiconi prese un butto foto che lo fece retrocedere al secondo posto in classifica senza più possibilità di recuperare. Rencricca quindi vinse quella Pigna d’Oro senza giocare evitando, involontariamente, la disfatta subita dalla squadra nell’ultima gara stagionale. Formiconi non la buttó giù facilmente ma si consolò nella stagione successiva quando finalmente vinse la sua prima Pigna d’Oro.

La stagione successiva però, la 2013/2014, il problema si ripropose perché Domenico Caserta vinse la Pigna d’Oro raggiungendo per pochissimo il quorum di partite necessarie per entrare nella classifica finale. Fu ancora Formiconi a contestare l’assegnazione perché sosteneva che giocatori che avessero giocato con maggiore costanza per tutto l’arco della stagione meritassero di più il riconoscimento.

Fu proprio per evitare queste contestazioni che venne introdotto il sistema attuale dei voti che al momento ci sembra inattaccabile da critiche e il più democratico possibile.

Ricordiamo che i 10 candidati alla Pigna d’Oro 2023 verranno annunciati venerdì 28 luglio mentre la classifica finale verrà pubblicata sabato 29 luglio.

Curiosità sugli Olympic Awards – 3. I centravanti della preistoria

Chi è il tizio nella foto? Un manager di Apple? Un creator di Intelligenza Artificiale? Assolutamente no, si tratta di uno dei migliori centravanti della preistoria gialloblù. Oggi parliamo di una curiosità sulla Scarpa d’Oro, il premio per il miglior cannoniere della stagione.

Purtroppo, nei primi anni della storia dell’Olympic, venivano contati solo i gol segnati nelle partite ufficiali mentre nelle partite amichevoli si annotava solo il risultato dell’incontro. Quando poi è stato istituito il premio abbiamo cominciato a segnare tutte le reti ed inizialmente la Scarpa d’Oro la vinceva il giocatore che aveva realizzato più reti in assoluto e non solo nelle partite di torneo come avviene oggi.

Quindi, potremmo individuare chi avrebbe vinto la Scarpa d’Oro nei primi anni con il regolamento attuale ma non con quello di quando il premio è partito. E il giocatore nella foto, tale Claudio Ventrella, avrebbe ben potuto essere il vincitore di quel premio con le vecchie regole. Ricordiamo infatti che nella stagione 1999/2000, l’ultima prima dell’istituzione della Scarpa d’Oro, Claudio segnò 6 reti in gare ufficiali ma chissà quante in amichevoli visto che all’epoca l’Olympic, almeno una volta a settimana, giocava amichevoli dai risultati enormi contro il Castle Beer Team, formazione che fungeva da sparring partner.

Altri giocatori che segnavano tantissimi gol in amichevole (parliamo anche di 10 reti a singolo incontro) potevano essere Dario Calabrò, soprannominato il “De punta”, ma anche Fabio Tagliaferri che in amichevole si divertiva così tanto da liberare tutto il suo potenziale.

Oggi invece segniamo ogni singolo parametro statistico relativo a presenze e gol quindi abbiamo tutti i dati per poter assegnare la Scarpa d’Oro. Ricordiamo che il trofeo viene vinto da chi segna più gol in gare ufficiali e che in caso di parità vengono conteggiati i gol in partite amichevoli e successivamente quelli segnati nelle partitelle in famiglia.

I candidati alla Scarpa d’Oro verranno annunciati mercoledì 26 luglio mentre la classifica finale verrà pubblicata giovedì 27 luglio.

Curiosità sugli Olympic Awards – 2. L’inventore del Vassoio

Mancano quattro giorni all’inizio della cerimonia di consegna degli Olympic Awards 2023 e noi continuiamo a regalarvi qualche curiosità su questi storici e prestigiosi riconoscimenti.

Oggi parliamo del secondo premio che verrà assegnato, quello inventato più di recente, ovvero il Vassoio d’Argento, riconoscimento che dalla stagione 2010/2011 viene assegnato al miglior assist man della stagione.

Negli anni passati già si parlava di istituire questo premio ma la difficoltà nel contare gli assist fece sempre desistere la società fino a quando Gianluca Bisogno chiese con decisione di fare nascere questo premio. Il centrocampista gialloblù era particolarmente interessato perché in effetti, soprattutto nelle stagioni dell’era Kristall, confezionava sicuramente più assist di tutti.

La società finalmente si decise a creare il premio dandogli il nome attuale (nome ideato dallo stesso Bisogno? o forse da Francesco Tani? Non lo ricordiamo) limitando il conteggio degli assist alle sole gare di torneo in modo simile al regolamento della Scarpa d’Oro.

La grande ironia di questa storia è che da quel momento in poi Gianluca Bisogno non vinse mai questo premio anche se oggi tutti lo ricordiamo come il promotore e un po’ come l’inventore del trofeo. Chissà, forse in futuro…

Ricordiamo che i 10 candidati per il Vassoio d’Argento 2023 verranno annunciati lunedì 24 luglio mentre la classifica finale verrà pubblicata martedì 25 luglio.

Domani pubblicheremo una curiosità sul terzo premio in palio ovvero la Scarpa d’Oro, il riconoscimento per il miglior cannoniere della stagione.

Curiosità sugli Olympic Awards – 1. I “giovani vecchi”

In attesa dell’inizio della cerimonia di premiazione degli Olympic Awards 2023 (per cui dobbiamo aspettare fino a domenica prossima) pubblichiamo alcune curiosità su questi prestigiosi premi la cui storia è cominciata ben ventotto anni fa.

Oggi vi parliamo di una curiosità a proposito del primo premio che verrà consegnato ovvero la Pigna Verde, il riconoscimento assegnato al miglior esordiente della stagione.

Inizialmente questo premio veniva assegnato al miglior giovane della stagione: nella stagione 1994/1995 se lo aggiudicò il trequartista Emanuele Carnevale, giocatore di grande classe nato nell’aprile del 1982 e che il giorno della premiazione aveva quindi solo tredici anni. Nella stagione successiva invece il premio se lo aggiudicò l’ancor più giovane portiere Flavio Bramucci, nato nel dicembre del 1982 e quindi ancora tredicenne al momento della consegna del premio.

Ebbene, la curiosità è che entrambi questi giovanissimi giocatori si ritirarono prestissimo, il primo nell’estate del 1996 e il secondo nel 2004 ma comunque ben prima dei loro colleghi più grandi che oggi calcano ancora i campi di calcio. Questo fa di loro dei giovanissimi a livello anagrafico (oggi hanno “solo” 41 e 40 anni) ma paradossalmente dei “vecchi” a livello sportivo. Purtroppo, di loro abbiamo perso ogni traccia perché sarebbe fantastico poterli ospitare per il Torneo del Trentaquattrennale gialloblù.

Ricordiamo che i candidati alla Pigna Verde 2023 verranno annunciati sabato 22 luglio mentre la classifica finale sarà annunciata domenica 23 luglio.

Per oggi è tutto ma non perdete l’articolo di domani in cui vi sveleremo un curioso retroscena sul secondo premio in palio, il Vassoio d’Argento, il riconoscimento che premia il miglior assist man della stagione.

Quell’unica volta che l’Olympic giocò a calciotto

Alla domanda “l’Olympic ha mai giocato a calciotto?” il 99.9% di voi risponderebbe con un secco no. Questo perchè è risaputo che il presidente Perrone ha sempre avuto in antipatia questa “specialità” del calcio e quindi ha sempre rifiutato qualsivoglia proposta, anche estemporanea, di convertire la formazione gialloblù dal classico calcio a 5 a quello a 7 o 8.

Eppure, una sola volta nella storia, successe il contrario e l’Olympic giocò una singola volta a calciotto per una partita che rimarrà un unicum storico.

Era il 17 settembre 1997 e Dario Calabrò, centravanti dell’Olympic e vulcanico in quanto ad organizzazioni, ricevette la sfida da parte del Centro a giocare una partita di calciotto. Perrone e compagni cercarono di rifiutare ma furono coinvolti in questa amichevole in cui scesero in campo il portiere esordiente Emanuele Palummo, Fabio e Stefano Tagliaferri, Marco e Massimo Romaldini, Dario Calabrò e Fabio Oliva (anche quest’ultimo alla prima presenza in gialloblù).

Le cronache dell’epoca sono abbastanza scarne ma si evince che l’Olympic vinse per 5 a 2 con tripletta di Stefano Tagliaferri e doppietta di Fabio Tagliaferri che indossava anche la fascia di capitano. Si giocò al Babel anche se all’epoca non mi pare che si chiamasse così. Nonostante la vittoria, inspiegabilmente, le pagelle dei giocatori gialloblù sono molto negative così come i commenti: l’unica sufficienza striminzita la meritò Stefano Tagliaferri mentre fioccarono i 5 e perfino un 4.5 affibbiato a Massimo Romaldini.

L’esperienza non fu mai più ripetuta anche se in altre pochissime occasioni l’Olympic ha giocato con formazioni composte da 6 o 4 elementi su richiesta degli avversari.

Prima di questa partita la nostra squadra giocò un’altra partita di calciotto ma quest’amichevole fu giocata nella preistoria calcistica della nostra formazione, quando ancora nulla veniva registrato. La memoria ci aiuta poco ma questo è ciò che ci sovviene rovistando nei cassetti della memoria: la partita si giocò all’Helios e fu una sfida tra figli e genitori. Ricordiamo che qualcuno fece qualche acrobazia incredibile, che la palla finiva spesso nella marana o sulla ferrovia Roma-Lido e che molti genitori dei nostri giocatori erano poco più che quarantenni. Tutto qui, altro che amarcord insomma, ci vorrebbe un paleontologo!